05/10/2004
Io mi vergogno!
"Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l'aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte...
Oh! Questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
si', mi vergogno d'essere un poeta!
Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t'han detto che la terra e' tonda,
ma tu non credi...E non mediti Nietzsche...
Mi piaci. Mi faresti piu' felice
d'un intellettuale gemebonda...
Tu ignori questo male che s'apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piaci. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende."
01/10/2004
Come il nudo guida il cieco
Io non sono ne' poeta ne' scrittore. Scrivo cosi', in classe, sul banco, sul quadernino degli appunti. Non ho grandi idee. Anzi, io credo di averle. Ma sono idee troppo grandi per metterle in un testo di lirica. Non ci sono mai riuscito, a scriverle, le mie idee grandi. Cosi' mi tocca usare le idee piccole, che non sono granche'.
D'altra parte pero' me la intendo bene con le parole, e il suono ,e il ritmo, credo. Anche per i ritmi, uso poi sempre gli stessi. Pero' mi piacciono tanto quei cinque, sei ritmi base. Sono come i miei ritornelli. Li conosco bene, quasi a memoria.
Quando scrivo a computer sto attento a non sbagliare a scrivere le parole, perche' senno' se uno se ne accorge sposta l'attenzione su quello e perde il ritmo. E se perde il ritmo, addio.
Mi sono accorto che non tutti leggono come me, con i miei accenti e la mia cantilena, e che quindi i ritmi risultano leggermente falsati. Il mio leggere e' simile alla voce di quello che recita Palazzeschi nelle cassette di poesie. Un po' diverso, non ricordo bene. Ma sullo stile. O era quello che leggeva Gozzano? Va beh, comunque quella voce li'. Che a me piace molto.
Gozzano sto scoprendo che mi piace molto. Ha dei bei ritmi, lui. E poi dice cose delicate, e a me le cose delicate attirano. Rinasco, rinasco del mille ottocentocinquanta. E' proprio bravo.
Pero' io conosco bene le mie emozioni. Le conosco una per una, le coccolo, le chiamo, le curo, le amo. Per esempio, ci sono dei momenti
quando non riesco a parlare
quando mi frugo dentro
fiaccamente per non faticare
e torno alla bocca a mani vuote
e non succede proprio nulla.
E' come fossi una molle ciambella
quelle col buco
e di essere ciambella sono stanco
e me ne lagno ogni minuto.
Questi momenti non e' che
non mi piacciono
nemmeno, che non facciano piacere
sono momenti pieni di pudore
senza spazio per l'ira
per l'amore
per le terribile tempeste
navigo in acque tranquille,
meste,
in aque timide e pesanti,
acque pigre, pie noiose
un fiume controvoglia
che fatica a andare avanti.
Altre volte non riesco a non pensare, stamattina ad esempio, a delle tazzine bianche
dall'orlo dorato
scopro annoiato
che il mare e' salato
che pure la casa
e' pitturata bianca
che la spiaggia mi stanca
e che voglio dormire.
Spesso invece mi sento fortissimo, sopra ai vostri giudizi piccoli, diverso e potentissimo. Sento che mi divertiro' moltissimo. Altre, mi innervosiscono le cose impure. Preferisco
le forme parve
piccole, informi
le forme di tutti i giorni
quelle sobrie, autentiche
le cose di cui non si ride piu'
del cielo blu
e dei pantaloni
dei prati, dei terreni verdi
o marroni
dei colori forti,
dei colori morti,
dei colori distorti
dai sensi fallaci.
Per salutarvi, che il sabato sera esco pure io, vi dico la mia su Aristotele.
Innanzitutto, con cosa coincide la potenza?
Io, onestamente ne posso fare senza
mi gratto la panza
saltello o rido delle cose vere
non delle mere
parvenze, delle essenze
delle vostre scemenze
faccio le cose che paiono a me
mi commuovo di te
ma non mi curo
dell'atto puro, dell'atto senza potenza
di cui anche l'atto puo' tranquillamente fare senza
povera potenza bistrattata
era cosa rinomata
una rivalita' emancipata
un gridolino femminile
la puzza di un porcile
SHPORCO
BRUTTO
LIVIDO di escrementi
una vecchia senza denti
nuda
per le strade tropicali
la bellezza di tanti mali
il profumo dei sali
per fare il bagno
un sasso nello stagno.
A volte divago, e' vero, ma ditemi che vi sono simpatico lo stesso.
27/09/2004
Gli uccelli
C'e' un uccellino
che vola
fuori dalla finestra.
Va velocissimo
nel cielo cosi' piu' grande
di lui e sbatte le ali
ma il rumore
non arriva fino qui.
Quindi sembra
veloce e silenzioso
e piccolo e nero
sparato davanti agli alberi
e alle nuvole, e al cielo.
Invece poi sul tetto
grigio di lamiera
c'e' un piccione
con quelle zampette
rosa cosi' brutte
muove la testolina a scatti
tic tic
ha il corpo grigio
come la lamiera
e' li' tutto solo
c'e' il sole
e la lamiera forse scotta
sembra una lamiera estiva
e il piccione secondo me
si sente come quando
stai aspettando di
fare il bagno e sei
sulla spiaggia
e la pelle si attacca alla sdraio.
Povero piccione grigio
solo
sulla lamiera estiva.
Ecco, ci sono
sue piccioni insieme
sono passati alcuni minuti
che quello solo e' volato via
due insieme
e si vedono le loro ombre vicine che scivolano
sulla lamiera illuminata
del tetto
e poi vanno, vanno
e si fermano
sulla grondaia della chiesa.
20/09/2004

I ciechi che camminano
in tre su un viottolo bianco
di ghiaia bianca agghiacciante
abbagliante rumoreggiante
sotto i piedi dei ciechi,
in tre, che vanno diritti
su questo viottolo.
Allora succede che di botto
il naso del primo cieco e' rotto
fa crac e si rompe e
gli altri due ciechi sentono
e si voltano per il naso
del loro compagno che
si e' rotto e voltandosi
perdono la rotta perche'
si girano piu' volte e non
sanno piu' dove e' la
giusta direzione
e il cieco menomato si
fa prendere dall'emozione
e sviene.
I ciechi che camminavano
in due perche' uno e'
rimasto svenuto per terra
sulla ghiaia bianca che
rumoreggia sotto le suole
dei due ciechi rimanenti.
Mentre la ghaia (bianchissima)
rumoreggia un cieco
scorreggia e, dato che i ciechi hanno
l'olfatto molto sviluppato per
compensare l'assenza degli occhi,
il suo amico si inginocchia
e prende il volto tra le mani
e piange perche' lui e' cieco
e perche' c'e' puzza e perche'
non sa piu' se c'e' la giusta
direzione (e se ci fosse non sa dov'e').
C'e' disperazione nel volto
privo di occhi del cieco inginocchiato,
disperazione,
esasperazione, ma lui
trova la soluzione: infatti
a lui quando usciva dalla
classe prima, perche' doveva
andare dal dottore, lo
salutavano in pochi, e questo
gli dispiaceva e cosi'
prendeva la giacca e correva
dalla madre, e piangeva
ma lui non ha gli occhi
quindi non uscivano le lacrime
e allora gli praticavano un
buchino e usciva tutta l'acquetta.
E cosi' si disse che poteva
praticarsi un buco grande e
magari forse cosi' ci avrebbe
visto. Allora con le dita
e le unghie si strappo' le
palpebre chiuse.
Ed era tutto chiaro e
abbagliante e rumoreggiante
e vide molte cose ma
forse vide troppo perche' svenne
cadde all'indietro con
gli occhi aperti
e i muscoletti degli occhi
tesi ed ebbri di luce.
Rimase cosi' solo un
cieco a camminare
sul viottolo
e cammino' per anni e anni
sempre dritto sul viottolo bianco
rumoreggiando
poi pero' divenne troppo vecchio e mori'.
Secondo me comunque
il migliore e' il secondo cieco
perche' almeno lui
ha aperto gli occhi.
14/09/2004
IN CLASSE
Faccio delle parole
arificiali
perche' a raccontarvi
tutti i mali
e tutti i beni
non ci riesco.
Posso dirvi del
cielo grigio della
voce che rimbomba
di una paura
di una bomba
di una rima in omba
che come me
non sa ballare.
Portei dirvi
cosa fanno i miei amici
di come facciamo per sentirci felici
oppure elencarvi
tutti i modi nei quali
potrei annoiarvi.
Discutere invece
delle andate a capo
dell'orgoglio
della STUPIDITA'
dell' OTTUSITA'
delle scemenze troppo grandi
delle borie dei
grandi
del ma che cosa ancora
dei sorrisi miei
e di quelli degli altri
di rutti nei ristoranti
dell'insoddisfazione
di una qualsiasi emozione
delle tante.
Delle menzogne di un vecchio
di qualche verita'
di una storia, finita
tanto tanto tempo fa.
Di qualcosa che parte
del desiderio di sorprendere
della gioia soffocata di prendere
un bel voto
del disgusto, dell'ironia
della faciloneria che fa schifo
del crollo del mito
della dosolazione
dei nervi, della rabbia
per non essere capito.
Dell'impossibilita'
a volte, di spiegare
se non ha capito gia'
di domandarsi ma come fa
sentirsi un po' incompreso
ma per scherzo
perche' tra poco e' pomeriggio
e si esce tutti assieme
e allora non ci pensi piu'
al dubbio che fu
perche' turuttuttu.
12/09/2004
Domani e' lunedi', e le vacanze finiscono. Sono delle cose strane, le vacanze. A giugno noi studenti intaliani abbiamo sepre la sensazione che qualcosa di grosso e impegnativo finisca, che inizi qualcosa d'altro. Emozione ogni anno sempre uguale, ma sempre cosi' vera, cosi' leggera, cosi' assoluta. Ah. Vi voglio raccontare della mia scuola.
La mia scuola e' grigia, modesta, un'architettura di cemento semplice e familiare. D'inverno arrivi sul piazzale davanti, e l'aria e' ancora colorata di scuro, e dall'atrio arriva una luce gialla un poco da fiaba, una luce triste, da alba. Ci sono tutti i ragazzi e le ragazze, imbacuccati nel caldo dei loro cappotti. I cenni di saluto degli amici mentre apri la porta a vetri e scivoli dentro, tra altri studenti. Le scale bianche, poi, tre piani, per arrivare alla mia classe. Il bidello Tambaro che legge il Carlino, mentre i ragazzi si dispongono nei banchi, alcuni che copiano i compiti di fretta, perche' a momenti entra l'insegnante.
Ma ecco che arriva Febbraio, i primi giorni di malato sole, e poi marzo, che porta le sue pioggie e il suo riso. E ad aprile la mia classe diventa cosi':
La mia classe è un rettangolo rosa in basso
La mia classe è un rettangolo rosa in basso
e bianco, verso l’alto. Ci contiene in
venti
di persone e in più il professore ed il mio banco
ed altri diciannove.
Alle spalle del docente
Che normalmente
Ci recita di fronte,
la cartina della scuola incorniciata
d’un sobrio verde oliva.
E d’ulivo c’è un rametto cadente
Tra le braccia d’affanni d’un cristo
E io so, che ce l’ha messo
Il mio amico Giovanni.
Una giacca fiacca appesa al porta giacca;
equazioni di gesso e qualche trastullo
e versi di Catullo: nera liscia,
porosa la lavagna.
Campolungo. Sinistra.
Chissà cosa profuma
di primavera, e di bagnato
sapore di sale
e di sera.
Azzurro il cielo, azzurro il mare:
alzo gli occhi, per guardare
il polline che balla.
09/09/2004
Vasco Rossi
Marco Candida mi ha fatto un bello scherzo. http://http://marco2.clarence.com/permalink/163019.html
Giulio Mozzi ha fatto la pace con Gabriele. http://http://www.giuliomozzi.com/archives/2004/09/08/presento_le_mie.html
Ho ancora qualche giorno di vacanza, si e' sparsa la voce che la nostra prossima insegnate di greco e latino e' la piu' molle della scuola, sono tre giorni che c'e' il sole, tra poco vado a giocare a basket al campetto, anche la mamma non e' piu' scontrosa come stamattina, ieri sono andato a sentire Vasco alla festa dell'unita'. Non che mi piaccia Vasco Rossi, pero' per lo meno la gente intorno a me sembrava tutta emozionata. E poi, mi sono divertito pure io.
Grazie.